
Il latte materno è il nutrimento ideale per il neonato, con effetti benefici a breve e lungo termine che sono stati ampiamente documentati nel corso degli anni. Accanto a questi, si evidenziano anche importanti vantaggi per la salute materna, tra cui la minore incidenza di carcinoma mammario e ovarico, di diabete di tipo II e di patologie cardiovascolari. Questa protezione può durare per oltre 30 anni dopo il parto.
Nonostante ciò, in Italia meno della metà delle donne pratica un allattamento esclusivo al seno nel primo mese di vita e la percentuale scende ulteriormente a tre mesi dal parto.
Tra le difficoltà più comuni che vengono evidenziate, vi è la percezione della madre di un’offerta di latte insufficiente, problemi di attaccamento, dolore durante la poppata, ansia e bassa fiducia nelle proprie capacità. A queste motivazioni si aggiungono barriere esterne come un supporto familiare inadeguato o una scarsa continuità assistenziale dopo la dimissione ospedaliera.
Negli ultimi anni sta emergendo sempre più chiaramente che le difficoltà riscontrate durante le prime settimane postpartum trovino origine, in realtà, già durante la gravidanza. È in questa fase, infatti, che si verifica la mammogenesi, ossia lo sviluppo del seno che coincide con la fase embrionale della gravidanza e nel quale vengono poste le basi endocrine e strutturali dell’allattamento. Una condizione materna preesistente o insorta durante la gravidanza può alterare questo processo di maturazione fisiologica e compromettere l’allattamento.
Tra i principali fattori di rischio prenatali che determinano ritardo della lattogenesi II e l’interruzione precoce dell’allattamento esclusivo si evidenziano una condizione di sovrappeso e obesità, il diabete gestazionale, i disturbi endocrini, le anomalie anatomiche del seno e, talvolta, precedenti esperienze negative legate all’allattamento. Anche diversi fattori psicosociali quali una bassa autoefficacia materna, sintomi ansioso-depressivi e qualità del supporto prenatale, incidono sugli esiti del processo.
In questo contesto si inserisce lo studio pubblicato nel 2025 da Perrella et al., che ha analizzato retrospettivamente i fattori di rischio prenatali associati all’interruzione dell’allattamento esclusivo a 6–8 settimane postpartum. I risultati mostrano come oltre la metà delle madri partecipanti presentava almeno un fattore di rischio, tra cui assenza di crescita del seno, BMI ≥25, diabete gestazionale e sindrome dell’ovaio policistico. La presenza di uno o più di questi fattori aumentava significativamente la probabilità di non raggiungere l’allattamento esclusivo. In particolare, il diabete gestazionale e un BMI ≥25 emergevano come determinanti rilevanti, mentre l’effetto combinato di più fattori aumentava ulteriormente il rischio di interruzione precoce. Al contrario, circa il 77,1% delle donne prive di fattori di rischio allattava esclusivamente a 6–8 settimane postpartum.
Sebbene lo studio presenti alcuni limiti legati ai dati mancanti, i risultati sembrano coerenti con la letteratura. L’allattamento esclusivo rappresenta dunque un processo complesso che non inizia con il parto, ma si struttura già durante la gravidanza venendo influenzato da molteplici fattori di tipo clinico, psicologico e sociale. Identificare precocemente questi fattori di rischio in epoca prenatale, permette di pianificare interventi mirati a favore del successo dell’allattamento e, di conseguenza, della promozione del benessere di madre e bambino.
Articolo recensito da Elisa Lagostina
Leggi l’articolo completo qui >> https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/jmwh.70006

