Di Roberto Sabatino (Genova)

Introduzione
La figura del padre nel periodo perinatale ha subito una profonda trasformazione negli ultimi cinquant’anni: da capofamiglia, assente per norma sociale dalle cure neonatali, a co-genitore attivamente coinvolto nell’assistenza e nella relazione con il neonato.
Negli anni ’70 gli studi di Klaus e Kennell hanno contribuito a descrivere l’importanza del legame precoce tra genitore e neonato (bonding), aprendo la strada allo sviluppo di modelli assistenziali sempre più orientati alla famiglia. Ciò ha favorito la progressiva transizione verso un approccio di Family-Centered Care (FCC).
I padri coinvolti precocemente nelle cure del neonato sviluppano livelli di sensibilità genitoriale comparabili a quelli materni, pur attraverso modalità relazionali differenti. Numerosi studi longitudinali hanno documentato che il coinvolgimento paterno precoce è associato a migliori outcome cognitivi, emotivi e sociali del bambino nel lungo termine.
Le position statement e le raccomandazioni delle principali organizzazioni e società scientifiche convergono nel riconoscere il coinvolgimento paterno come diritto del bambino e della famiglia, oltre che come indicatore di qualità assistenziale.
In Italia sono presenti circa 30 Ospedali Amici del Bambino, che garantiscono e promuovono la presenza continua dei caregiver durante tutta la degenza della madre. Queste realtà rappresentano circa l’8,6% di tutti i punti nascita attivi in Italia. Nelle Terapie Intensive Neonatali (TIN) è emerso che circa il 60% delle unità consente l’accesso continuativo a entrambi i genitori, pur mantenendo alcune limitazioni organizzative e assistenziali.
L’Italia ha aderito al progetto europeo 4E-Parent, che si propone di operare su quattro livelli: promuovere una mascolinità accudente; sostenere una genitorialità equa attraverso il superamento degli stereotipi di genere; formare il personale sanitario; promuovere una sensibilizzazione per la riforma dei congedi e del welfare aziendale. Le 4 E del modello di paternità promosso sono: Early (coinvolgimento fin dalla gravidanza), Equal (approccio paritario tra i genitori), Engaged (partecipazione attiva alle cure), Empathetic (modalità accudente ed empatica).
Tuttavia, la distanza tra le evidenze scientifiche e le politiche sociali non è ancora colmata.
Attaccamento e bonding paterno
La teoria dell’attaccamento riconosce che i neonati sviluppano legami con più figure di accudimento contemporaneamente. Il padre rappresenta una figura di attaccamento distinta, in grado di sviluppare una relazione autonoma e complementare rispetto a quella materna.
Lo stile paterno di accudimento presenta caratteristiche specifiche rispetto a quello materno: gioco fisico, imprevedibile e stimolante, maggiore tolleranza alla frustrazione del bambino, incoraggiamento all’esplorazione e all’autonomia, utilizzo di un linguaggio più complesso che stimola lo sviluppo linguistico precoce. Padre e madre non si sostituiscono, ma si completano.
Le prime ore di vita rappresentano una finestra cruciale per l’instaurazione del legame biologico e affettivo padre-bambino. La precocità del contatto è associata a una migliore qualità della relazione nel breve e nel lungo termine. Il coinvolgimento paterno, inoltre, migliora la salute materna e neonatale nel suo complesso, aumenta la comunicazione nella coppia e riduce il rischio di depressione post-partum in entrambi i genitori.
Benessere paterno e rischio depressione post-partum
L’ansia e la depressione paterna sono aspetti spesso sottovalutati. I dati mostrano come la prevalenza stimata della depressione post-partum (DPP) paterna vari dall’8,5 al 10,4%, anche se non esiste una stima univoca, con un rischio circa 1,5 volte superiore quando alla madre viene diagnosticata una depressione post-partum.
In Italia, uno studio condotto su 499 padri e 1122 madri ha riportato elevati punteggi di depressione post-partum alla prima visita neonatale nel 12,6% dei padri e nel 9,1% a un mese di vita del neonato.
La sintomatologia paterna differisce da quella materna. Raramente compaiono pianto o tristezza esplicita; più frequentemente si osservano irritabilità, ritiro emotivo, aumento del carico lavorativo, ansia, insonnia, abuso di alcol, somatizzazioni e alterazioni del desiderio sessuale. Questi sintomi vengono frequentemente interpretati come difficoltà caratteriali o semplice stress lavorativo, con conseguente mancata diagnosi.
Le implicazioni cliniche maggiormente documentate evidenziano associazioni significative tra DPP paterna non trattata e problemi comportamentali ed emotivi nel bambino tra i 3 e i 5 anni di età, nonché un impatto negativo sulla qualità della relazione di coppia e sullo sviluppo cognitivo-emotivo del bambino nel primo anno di vita.
Il contatto pelle a pelle
La Kangaroo Care (KC) paterna rappresenta un intervento assistenziale evidence-based con effetti misurabili su molteplici aspetti clinici e relazionali. La letteratura disponibile è ampia e consistente sull’utilizzo della KC in Terapia Intensiva Neonatale: maggiore incremento ponderale, riduzione del cortisolo salivare, stabilizzazione dei parametri vitali, maggiore organizzazione del sonno REM e riduzione della durata della degenza nei reparti in cui la KC viene applicata routinariamente.
Gli stessi effetti sulla stabilità dei parametri vitali e sulla regolazione neurocomportamentale sono stati osservati nei neonati a termine che effettuano skin-to-skin con il padre rispetto ai neonati sottoposti alle cure routinarie.
La KC paterna induce inoltre modificazioni neuroendocrine, con variazioni dei livelli di ossitocina e testosterone paterni, associate a una maggiore responsività caregiving, a un comportamento più proattivo e al rafforzamento del bonding. I padri riportano, inoltre, livelli più bassi di ansia e depressione, nonché una maggiore percezione della propria competenza genitoriale e del proprio ruolo.
La KC paterna sostiene indirettamente l’allattamento materno: alleggerisce la madre da alcune attività di cura, favorisce una maggiore frequenza degli attacchi al seno e garantisce periodi di riposo adeguati.
La figura paterna e l’allattamento al seno
La Baby Friendly Hospital Initiative (BFHI) riconosce esplicitamente il padre come attore chiave nel sostegno all’allattamento materno. Un padre adeguatamente informato sui meccanismi della lattazione, sull’attacco corretto e sui segnali di fame del neonato è in grado di:
- rassicurare la madre nelle fasi più critiche del percorso di allattamento;
- sostenere attivamente la madre nelle difficoltà iniziali;
- occuparsi del neonato tra una poppata e l’altra, favorendo il recupero materno e riducendo il carico assistenziale.
I padri presentano generalmente una buona conoscenza complessiva dell’allattamento e dei benefici che esso produce per il neonato (98%), per la madre (87%) e per la società/collettività (64,5%). Inoltre, il 79% si sente personalmente coinvolto nell’alimentazione del bambino e il 67,5% considera importante il beneficio dell’allattamento a richiesta. Questa maggiore consapevolezza è associata a una più elevata probabilità di allattamento esclusivo alla dimissione ospedaliera.
Gli interventi educativi mirati rivolti ai padri, finalizzati a fornire conoscenze e strumenti pratici di supporto all’allattamento, hanno dimostrato un effetto positivo sulla durata dell’allattamento a 4 e 6 mesi e una riduzione delle problematiche correlate alla lattazione.
Il ruolo specifico dell’infermiere
L’infermiere dispone di alcune strategie evidence-based per favorire il coinvolgimento paterno:
- Accoglienza attiva: presentarsi, riconoscere il ruolo del padre e illustrare l’ambiente assistenziale e le modalità di partecipazione alle cure.
- Supporto e sostegno: dimostrare le cure pratiche, accompagnare il genitore nell’apprendimento delle competenze assistenziali e fornire feedback positivi.
- Riconoscimento verbale: utilizzare frasi che valorizzino il ruolo paterno e rinforzino la percezione di competenza genitoriale.
- Linguaggio inclusivo: evitare di rivolgersi sistematicamente solo alla madre per informazioni, comunicazioni cliniche e decisioni assistenziali.
- Monitoraggio del disagio: prestare attenzione a silenzi prolungati, assenze frequenti, difficoltà nell’interazione con il neonato, ansia evidente o segnali di sofferenza emotiva.
- Raccordo con il team: documentare in cartella il livello di coinvolgimento paterno osservato e condividere eventuali criticità con l’équipe assistenziale.
- Coinvolgimento attivo nelle procedure assistenziali: favorire la partecipazione del padre durante attività quali skin-to-skin, cambio del pannolino, contenimento, comfort positioning e altre cure quotidiane compatibili con le condizioni cliniche del neonato.
Conclusioni
Le evidenze disponibili documentano con chiarezza il ruolo del padre come co-genitore, come risorsa terapeutica misurabile negli esiti clinici e come fattore protettivo per l’intera triade familiare. Sono necessari interventi a livello individuale e clinico (formazione degli operatori, riconoscimento precoce del disagio paterno e sviluppo di strategie strutturate di coinvolgimento), a livello istituzionale (policy di accesso, protocolli assistenziali orientati alla Family-Centered Care) e a livello politico-sociale (congedi di paternità, superamento degli stereotipi di genere associati alla genitorialità e sostegno alle famiglie).
Più che superare il concetto di “padre”, la neonatologia contemporanea tende ad ampliarlo, riconoscendo il ruolo del caregiver paterno all’interno delle diverse configurazioni familiari. La definizione di caregiver paterno adottata nelle più recenti linee guida è ampia e comprende il padre biologico, il partner della madre, il padre adottivo e il genitore intenzionale.
Il modello di paternità accudente si applica pertanto a tutte le configurazioni familiari, richiedendo un approccio individualizzato, non normativo e centrato sui bisogni del bambino e della famiglia.
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