Negli ultimi anni il latte materno ha completamente superato la sua consolidata collocazione di semplice prezioso nutriente per il neonato, e sta assumendo progressivamente un ruolo sempre più marcato di elemento in grado di interagire con sistemi complessi e di influenzare gli esiti clinici. Queste implicazioni appaiono particolarmente rilevanti nei contesti ad alta intensità assistenziale, come la Terapia Intensiva Neonatale (TIN), dove la ricerca di strategie innovative è strettamente correlata ad una maggiore sopravvivenza e agli outcomes del neonato.

In uno studio dal titolo Feasibility and safety of intranasal fresh breast milk in neonatal encephalopathy (F-NEO-BRIGHT),pubblicato quest’anno nella rivista Pediatric Research, viene esplorata la fattibilità e la sicurezza della somministrazione intranasale di latte materno fresco in neonati con encefalopatia ipossico-ischemica (HIE). Si tratta di una tecnica che nasce dalla necessità di individuare interventi che, pur complementari all’ipotermia terapeutica che resta il trattamento elettivo, siano in grado di prevenire o ridurre potenziali esiti neurologici a lungo termine.

Il razionale dello studio si fonda sull’assunto che il latte materno è una sostanza biologicamente complessa che include sia cellule staminali, che fattori neurotrofici e molecole immunomodulanti. inoltre, evidenze sperimentali suggeriscono che attraverso la mucosa intranasale tali componenti possano raggiungere il sistema nervoso centrale, contribuendo a processi di neuroprotezione e neurorigenerazione. In questo senso, il latte materno si configura non solo come golden standard nutrizionale, ma anche come una possibile risorsa terapeutica precoce, facilmente accessibile e biologicamente attiva.

Lo studio – prospettico e monocentrico – ha coinvolto 10 neonati con HIE moderata-severa sottoposti a ipotermia terapeutica. Il protocollo ha previsto la somministrazione di latte materno fresco, somministrato entro quattro ore per via intranasale alla dose di 0,4 ml per narice, due volte al giorno, con avvio entro le prime 48 ore di vita e prosecuzione fino al 28° giorno.

Un aspetto particolarmente interessante ha riguardato l’organizzazione del trattamento, che ha previsto una fase iniziale gestita dal personale medico-infermieristico e una fase successiva nel quale hanno preso parte attiva i genitori, che sono stati anche adeguatamente formati dal personale infermieristico per proseguire il trattamento dopo la dimissione.

Occorre sottolineare che la gestione del latte materno, dalla raccolta alla somministrazione, è tutt’altro che un atto esclusivamente tecnico, ma rappresenta un processo complesso che richiede competenze cliniche, attenzione alla sicurezza, capacità organizzativa e doti di comunicazione mirata nei confronti delle madri. L’infermiere neonatale, in tal senso, diventa quindi una figura centrale nel garantire l’appropriatezza di tutto il processo.

I risultati dello studio F-NEO-BRIGHT mostrano come la procedura sia risultata sicura e ben tollerata dai neonati trattati e senza eventi avversi di tipo respiratorio, cardiovascolare o neurologico correlati alla somministrazione. La fattibilità è stata confermata dalla possibilità di avviare il trattamento entro 48 ore in tutti i neonati, anche ventilati, con semplici accorgimenti tecnici e senza necessità di modifiche rilevanti del supporto respiratorio.  

Nonostante i risultati promettenti, è tuttavia necessario sottolineare che la dimensione ridotta del campione in esame, la natura monocentrica dello studio e l’assenza di dati sugli esiti neuroevolutivi a lungo termine, limitano fortemente la possibilità di generalizzare i risultati. L’utilizzo intranasale del latte materno deve quindi essere considerato, allo stato attuale, una strategia sperimentale, che richiede ulteriori studi per definirne l’efficacia clinica.

Studio recensito da: Alessandro Pipolo (Napoli)

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https://www.nature.com/articles/s41390-026-04847-2