Ci si aspetta che gli infermieri che si prendono cura dei pazienti nel fine vita mantengano un naturale e sufficiente distacco professionale ed emotivo in grado di garantire un efficace auto protezione. Tuttavia, garantire a lungo questa condizione può risultare particolarmente impegnativo.

Lungo tutto l’arco della loro attività lavorativa, gli infermieri sperimentano molto frequentemente il dolore legato alla morte di un loro paziente ma si tratta di eventi che, senza un adeguato supporto, favoriscono l’avvio di uno stato di stress cronico e persistente che spesso conduce al burnout, la depressione e l’angoscia (Adwan, 2014).

La ricerca scientifica su questo aspetto è piuttosto scarsa e ancora meno sono gli studi che hanno indagato sul dolore post traumatico vissuto dagli infermieri che si occupano dei neonati nelle Terapie Intensive Neonatali (TIN).

Gli infermieri delle TIN sembrano soffrire in modo peculiare rispetto a infermieri di altre specialità e le ragioni possono essere diverse: i neonati sono particolarmente vulnerabili e soggetti ad un elevato rischio di peggioramento del loro stato di stabilità, richiedono un impegno assistenziale ad alta complessità e un periodo medio di ricovero molto lungo (Fegran e Helseth, 2009). Non di meno, la stretta relazione genitore-infermiere-neonato conduce facilmente a sentimenti complessi ed emotivamente amplificati. Per un genitore, l’infermiere non è solo un riferimento tecnico competente ma un supporto emotivo che lo affianca nel prendersi cura del proprio bambino ricoverato (Fegran e Helseth). Nonostante gli infermieri delle TIN dovrebbero essere consapevoli di doversi confrontare quotidianamente con il fine vita e con il lutto, questa assiduità di relazione favorisce la nascita di connessioni emotive speciali e a sperimentare forme di dolore uniche e difficili da quantificare (Jonas-Simpson et al. Del 2013).

D’altro canto, non potrebbe essere diversamente dato che i due terzi di tutti i decessi pediatrici si concentrano nel periodo neonatale e che prendersi cura di neonati che versano in condizioni critiche, in un ambiente fortemente stressante come la TIN dove vi è maggior rischio di morte, è un’esperienza emotivamente intensa (Mendel, 2014; Stayer e Lockhart, 2016).

Utili, anche se non sufficienti da soli, sembrano essere sia il confronto con gli infermieri senior che hanno già vissuto esperienze traumatiche, sia il debriefing psicologico-clinico individuale e di gruppo allo scopo di eliminare o mitigare le conseguenze emotive generate da esperienze traumatiche. Diversi infermieri colpiti trovano conforto nella famiglia o nella fede, altri fanno esperienza di burnout e richiedono periodi di allontanamento e riposo. In altri casi molti infermieri decidono di cambiare reparto.

Un recente studio, condotto in un grosso centro di Terapia Intensiva neonatale nel nord della California su un campione 55 infermieri, ha tentato di valutare il livello di dolore tra gli infermieri e la loro percezione sulla qualità di supporto al dolore fornito dalla loro azienda attraverso uno strumento chiamato Revised Grief Experience Inventory – RGEI (Lev et al., 1993). Questa scala era stata, originariamente sviluppata per valutare il dolore del caregiver, ma in questo studio è stato adottata anche per valutare il dolore degli infermieri di neonatologia (Adwan, 2014). I risultati, ai quali vi rimandiamo nell’articolo originale, non sono così scontati come si possa immaginare e mostrano che il fenomeno ha implicazioni sulla forza motivazionale e sul livello di soddisfazione dei professionisti nel prestare cure neonatali. Un infermiere che vive una condizione di lutto potrebbe non essere perfettamente in grado di prendersi cura adeguatamente dei neonati e dei suoi familiari presi in carico ed è per questo che occorrerebbe rafforzare gli interventi di debriefing psicologici e il supporto al lutto. (Jonas-Simpson et al., 2013; Levick et al., 2017; Melin-Johansson et al., 2014;

Leggi lo studio >> https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32604181/